Mestieri Scomparsi
Negli ultimi decenni molte attività tipiche del nostro territorio sono scomparse. Ci riferiamo a quella civiltà contadina con le sue attività agricole, artigiane, commerciali che hanno caratterizzato nei secoli la vita delle nostre popolazioni, vita sviluppata spesso nel dramma e nella miseria esistenziale. Una rivisitazione del tempo che fu e di questi mestieri scomparsi ci porta a parlare di figure di artigiani quali il calzolaio, il vasaio, il macellaio o di altre attività lavorative come quella del cavamonti, del massaro, della fornaia, del carbonaio.
Il Calzolaio
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| In posa nella bottega di Mest Dminch Cacazzcchijn |
Le tomaie erano i prodotti finiti del sapiente lavoro del calzolaio di un tempo: fatte in pelle di diversa qualità, come la vacchetta, pelle di mucca che serviva per confezionare scarpe di campagna; la pelle di vitello invece, era usata per le scarpe degli sposi, mentre la pelle di capretto serviva per quella dei signori. Tutte le scarpe venivano fatte su misura ed erano ordinate per la festa patronale. Quando si rompevano bisognava farle riparare: venivano applicate le suole o le mezze suole o la tomaia. Il deschetto del calzolaio era pieno di vari attrezzi: punteruoli, arnesi di varia forma, spaghi per cucire, strisce di suole ammorbidite. Ogni calzolaio preparava lo spaghetto, lo ungeva di pece e lo usava per cucire. Terminata l’operazione della cucitura, il materiale avanzante veniva usato per le piccole riparazioni. Nel Centro Storico Via Chiesa era la zona dei calzolai che hanno esercitato fino alla fine degli anni ‘50.
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| Apprendisti nella Bottega Rizzi Domenico, Cacazzcchijn |
Il Carbonaio
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| Carbonaio |
Questo mestiere veniva esercitato nei boschi del circondario, a Bernalda, ove vi erano fitte piante ad alto fusto, luogo ideale per i carbonari di Laterza che qui vi si recavano per raccogliere la legna. Si tagliava legna sufficiente per formare cataste di circa 100 quintali; si procedeva a spianare il terreno in forma circolare facendo assumere alla catasta una forma conica, coperto con uno strato di paglia e terra di 10 centimetri. Si formava una siepe di 20 centimetri di spessore alla base della catasta con lentisco ricoperto di paglia e di terra. Il fuoco veniva buttato nell’imboccatura e lasciato ardere per circa mezz’ora. La combustione, per essere perfetta, doveva essere uniforme: la legna doveva cuocere senza farla bruciare. Occorrevano otto giorni per concludere questa operazione. Tre carbonai erano sufficienti per una carbonaia, impegnati giorno e notte, quando il carbone era pronto si procedeva a sfornarlo, a spruzzargli l’acqua; quindi venivano messi nei sacchi e riportati a Laterza.
Il Massaro
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| Il Massaro |
Allevava solitamente buoi di
razza maremmana che si affezionavano a lui. Dormiva su un saccone di paglia
poggiato in un arco della stalla assieme ai suoi animali che andavano curati
anche di notte. Ciò li rendeva molto familiari, tanto che, gli animali si
indisponevano e si rifiutavano di arare i campi quando il massaro era ammalato;
difatti, nessun altro lavorante era in grado di aggiogarli e di far trasportare
i covoni dai campi sull’aia.
La Fornaia
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| Fornaia Agata Liotino |
Il pane di una volta veniva fatto lievitare a lungo
sia in casa che nel forno; veniva lasciato riposare sulle tavole fin quanto si
completava il giro della raccolta. Era impastato con due sole qualità di
farina, quella tenera e quella dura. La fornaia provvedeva ad ammucchiare le
fascine di legna nei pressi del forno e prelevava il pane dalle case. Essa si
svegliava con il rintocco della campana che suonava l’Ave Maria e, snodando a
memoria le prenotazioni ricevute il giorno prima, iniziava il giro di
avvertimenti urlando “chi deve impastare?” : era questa la prima chiamata. Le
case si illuminavano per la lavorazione dell’impasto. Era una fatica mescolare
una trentina di chili di farina: le famiglie erano tutte numerose, il pane
doveva durare una settimana, si preparavano sei o sette “panedde” da quattro
chili. L’impasto veniva avvolto in una coperta. La fornaia ritornava al forno
per accendere il fuoco. La bocca del forno era situata sulla parete di fondo
con pavimentazione in chianche. La volta del forno era a mezzacupola.
All’interno del forno c’erano le fascine di lentisco. La fornaia ritirava il
pane preparato dalle case. Sulle panelle si era soliti fare un segno di croce.
Quando la cottura terminava, la fornaia riportava nelle case del paese le
tavole col pane fragrante.
Il Riparatore di vasi
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| Riparatore di Vasi |
Girava per le strade del
paese con una cassetta di legno piena di attrezzi del suo mestiere: trapano,
argilla, pezzetti di ferro, stagno. Molte donne lo chiamavano perché gli
utensili della casa, essendo in terracotta, sovente si rompevano: anfore, orci,
giare, vasche, orci per il vino, recipienti per il lievito, pignatte in
terracotta. Il riparatore si sedeva sulla soglia della porta, con il trapano
praticava i buchi, li fermava con pezzetti di ferro, poi spalmava argilla e
terra rossa sciolta nell’acqua.
Il Lampionaio
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| Il Lampionario |
Era addetto all’accensione e
spegnimento delle lanterne del nostro paese fino al 1926, quando ancora non vi
era la corrente elettrica. Si metteva sulle spalle la scaletta e percorreva la
via principale del paese; si fermava agli incroci dove pendevano le lanterne di
ferro a pianta poligonale. Portava con sé il carburo di calcio, composto
solido; saliva sulla scaletta, svuotava la lanterna dei residui di carburo, vi
metteva pezzetti nuovi, poi accendeva; ritornava il giorno dopo, al mattino
presto, per spegnerle.
Il Conciapelli (U’ Cunzator)
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| Foto tratta da InfoCilento.it |
Nel 1856 si contano a Laterza 35 Conciapelli. Primitivo e lento era il sistema di conciare e le finiture risultavano molti prezise tanto da far accorrere le genti dei paesi vicini a portare le pelli di ogni specie a conciarle. I conciapelli si recavano presso le varie fiere e smaltivano in giornata le loro merci, guadagnando conseguentemente molto. Ma nonostante questo, dalle trenta concerie esistenti nell’800, oggi non ve ne è neanche una. La modernità con l’industria chimica ne ha causato la scomparsa. L’ultimo laertino maestro “conciario”è stato Panettieri Francesco.
U’ Scijttabbann
Colui che portava le notizie o raccontava storie con un solo strumento: La Voce.
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L'affilacoltelli
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| L'Affilacoltelli |
L'ombrellaio
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| L'Ombrellaio |










