Il Brigantaggio a Laterza
Il Brigantaggio a Laterza dopo il 1860
Tralasciando le cause o i “valori” che nutrivano le gesta dei Briganti ma che - è bene dirlo - volevano legittimamente difendere la propria Terra, le proprie Donne e i propri Figli, siamo qui a sottolineare che molti eventi di brigantaggio non mancarono nelle nostre zone.
Qui il terreno montuoso e accidentato, coperto di boschi e privo di vie, favoriva come altrove le gesta dei briganti, ai quali, d'altra parte, i loro compagni della vicina Basilicata potevano dare e ricevere aiuto. I nomi piu’ risonanti furono quelli di Francesco Ranallo detto Catalano, di Francesco Paolo Valerio detto il Cavalcante, di Antonio Lo Caso (u craparijdd), di Francesco Perrone (Chiappin’), di Rocco Chirichigno (Coppolone).
Ginosa fu il centro intorno al quale si aggirarono questi “briganti”.
Altri nomi sono Giuseppe Valente Francesco Salvatore Laveneziana Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Pasquale Scialpi e Pasquale Trisolini, Arcangelo Cristella, denominato Prchijll.
Per contrastare le azioni dei Briganti, il comando militare della Puglia residente a Bari istituì in Ginosa un presidio permanente formato di un battaglione - il 130° Reggimento di linea – del quale fu comandante il maggiore Efìsio Galiani.
In risposta, le bande, quelle del Sergente di Gioia, del Capraro e del Chiappino, si coalizzarono nel territorio di Laterza, dove, alla masseria Purgatorio, ebbero uno scontro a fuoco con i soldati. Ebbero la peggio ma poi si rifecero sorprendendo, all'altra masseria Peroncello (Castellaneta), un drappello di sei soldati e disarmandolo.
Dal maggio all'ottobre del '63 Pasquale Tripolini, contadino di Palagianello, agì per conto suo nel territorio fra Laterza, Mottola e Castellaneta, alleandosi con Francesco Vizziello e Giovanni Cuscito di Gioia e Arcangelo Cristella di Laterza. Trisolini, Cristella, Cuscito e Vizziello caddero nelle mani della forza e furono condannati ai lavori forzati a vita.
Francesco Perrone detto Chiappin’, di Laterza, fu ucciso in un conflitto con la forza.
Antonio Lo Caso, “u craparijdd”, di Castellaneta, con un processo sommario fu condanno a morte, quindi fucilato e il suo cadavere straziato fu esposto, a intimidazione di tutti, presso le Tre Croci.
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